A Gloria, con gratitudine
e a tutte le donne, ri-belle
ESSERE VISTE
Lo sguardo, il femminile e la ri-bellezza nella fotografia
Antonella Agosti
Ci sono donne che davanti a una macchina fotografica si sentono a proprio agio.
E poi ci sono quelle che, appena si accorgono di essere osservate, non sanno più cosa fare.
Dove metto le mani?
Come guardo?
Come mi metto?
Devo sorridere?
Devo essere sensuale?
Devo sembrare naturale?
E improvvisamente quella che dovrebbe essere un’esperienza piacevole diventa una piccola prova
con se stesse.
Io appartengo alla seconda categoria.
ESSERE GUARDATE E SENTIRSI VISTE
Fotografarmi non è semplice per me. Non sono capace di mettermi in posa, di costruirmi un’immagine,
di nascondermi dietro un’espressione studiata.
Davanti a una macchina fotografica mi sento esposta, perché non so fingere.
Questa esperienza con Gloria mi ha portata a riflettere su qualcosa che va molto oltre il semplice fatto
di venire bene o male in fotografia. Mi ha fatto pensare a cosa significhi, per una donna, essere vista.
E soprattutto a cosa accade psicologicamente quando entriamo nello sguardo di un’altra persona.
Essere guardate è un fatto percettivo.
Essere viste è un’esperienza psicologica.
Posso essere osservata e, contemporaneamente, sentirmi completamente invisibile. Posso invece
incontrare uno sguardo capace di restituirmi qualcosa, che io stessa non riuscivo più a vedere.
La differenza sta nel riconoscimento.
Quando mi sento vista, non significa semplicemente che qualcuno ha notato il mio corpo, il mio volto
o la mia espressione.
Significa sentire che l’altro sta entrando in relazione con me come persona.
Non sono soltanto un’immagine da valutare ma un soggetto che viene incontrato.
UNO SGUARDO PUÒ ANCHE RICONOSCERE
Uno sguardo può giudicare, classificare, desiderare, confrontare, appropriarsi. Ma può anche riconoscere.
E quando uno sguardo riconosce, qualcosa, dentro di noi, può rilassarsi.
Non dobbiamo più dimostrare di essere qualcosa. Possiamo semplicemente esserci.
Non dice:Io so chi sei.
Dice: Sono qui per vedere chi sei mentre accade.
QUANDO IL CORPO CHE ABITIAMO DIVENTA UN’IMMAGINE
Impariamo molto presto qualcosa di noi attraverso il modo in cui veniamo guardati.
Prima ancora di poterci descrivere, facciamo esperienza di noi attraverso le risposte dell’ambiente.
Lo sguardo di chi si prende cura di noi o semplicemente ci avvicina, ci rimanda implicitamente: ti vedo
o ti guardo e basta, esisti, quello che provi ha un significato, sei degna della mia attenzione o non lo sei,
e così via.

IL FEMMINILE NON È UN’IMMAGINE
Il femminile non è un’immagine, il femminile non è una posa.
Non è un corpo particolare.
Non è un certo modo di muoversi. Non è necessariamente sensualità. E non è qualcosa che una donna deve
dimostrare.
Il femminile può essere morbidezza e forza. Può essere desiderio e pudore, può essere cura e indipendenza,
può essere vulnerabilità e capacità di tenere il proprio spazio.
Può essere ironia, rabbia, sensualità, autorevolezza, gioco, silenzio. Può essere tutte queste cose insieme.
Il femminile psicologico non coincide quindi con una determinata estetica, è una dimensione identitaria
complessa, fatta di rapporto con il corpo, con il desiderio, con i propri confini, con la vulnerabilità
e con la possibilità di sentirsi soggetto della propria esperienza.
LO SGUARDO ESTERNO PUÒ DIVENTARE UNO SGUARDO INTERNO
Forse una delle possibilità più interessanti del ritratto fotografico di Gloria è proprio quella di ricongiungere queste due dimensioni. Lo sguardo esterno può diventare uno sguardo interno.
Guardare il corpo senza smettere di sentirlo come nostro.
Non soltanto: come appare? ma: come sono dentro questo corpo?
La macchina fotografica rende questo meccanismo particolarmente evidente, perché ci mette letteralmente davanti a un’immagine di noi.
Ognuna di noi porta dentro di sé anche un’immagine ideale della donna che vorremmo essere.
Quella che immaginiamo più bella, più sicura, più sensuale, più elegante, più giovane, più libera.
Poi c’è la donna reale. Quella che cambia. Che invecchia. Che attraversa esperienze. Che ha cicatrici. Che qualche giorno si sente bellissima e il giorno dopo non si riconosce.
Il problema non è necessariamente la distanza tra queste due immagini.
Il problema nasce quando crediamo che per poterci accettare dobbiamo eliminare quella distanza.
LA DONNA IDEALE E LA DONNA REALE
La fotografia può diventare anche un’esperienza che permette incontrare la donna che sono,
senza costringerla a coincidere con quella che pensavo di dover essere.
RI-BELLEZZA
Credo che Gloria abbia viaggiato dal: Come voglio fotografarla? al: Di cosa ha bisogno questa persona per poter essere veramente vista?
La differenza è enorme.
Quando una persona si sente vista, ma non giudicata, può lentamente smettere di controllare la propria
immagine.
E allora può comparire qualcosa di magico. La vera bellezza.

QUANDO SMETTIAMO DI COSTRUIRCI
Il nostro corpo smette di essere qualcosa da controllare e torna, almeno per un momento, ad essere qualcosa da abitare.
La fotografia non ha creato queste parti. Le ha rese visibili.
La fotografia non ha creato queste parti. Le ha rese visibili.
LA FOTOGRAFIA NON CATTURA SOLTANTO UN ISTANTE
“MI SONO RICONOSCIUTA”
LA NOSTRA IDENTITÀ NON È UNA FOTOGRAFIA
NON CREARE UNA DONNA DIVERSA

Dott.ssa Antonella Agosti
Psicologa, Psicoaromaterapeuta e Arteterapeuta clinica a indirizzo psicodinamico, lavora tra Brescia e Trento. La sua formazione e la sua esperienza intrecciano psicologia, arte e processi espressivi, con particolare attenzione alla persona e al suo percorso di consapevolezza.
Resta il diritto di non piacersi, il quale però spalanca la porta alla possibilità di incontrarsi davvero
per amarsi e riscoprirsi preziose, nella fotografia, come nella vita.
… che anche tu possa ricevere: restituzione di libertà!
Con Gioia,
Antonella Agosti
Lagolo (TN), 20 agosto 2026
FORSE IL RITO DEA COMINCIA PROPRIO DA UNA DOMANDA.
Cosa può accadere quando smettiamo di cercare la fotografia giusta e iniziamo a cercare la persona dentro l’immagine?

