Quando il ritratto diventa un rito

Una riflessione della dott.ssa Marta Monciotti dopo aver vissuto il Rito Dea

DEA BOUDOIR

“Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. (…)
Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. (…)
Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza…”

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

VANITA’

Nel linguaggio comune la parola vanità ci fa pensare subito a qualcosa di superficiale e di sbagliato: al desiderio di voler apparire ed essere ammirati, al bisogno di mettersi in mostra e ricevere complimenti e approvazione.

Questa parola, però, in origine aveva a che fare con qualcosa di più largo e profondo: sottolineava il fatto che ogni cosa è vanità! Nel senso che tutto è effimero… fugace… momentaneo. 

Come un soffio.

Scattare una foto, farsi fare un ritratto, è un modo per fermare proprio quel soffio… quella fugacità e renderli eterni.

Dentro lo scatto fotografico, resta impresso un microscopico istante del costante fluire delle cose. 

E in quel frammento puoi scorgere qualcosa di unico: un istante di te stessa. 

La superficie della fotografia racchiude un’immagine di te, una delle tante, infinite, possibili, come la superficie del mare racchiude la profondità delle acque e le sue infinite forme e increspature. 

IL RITRATTO NON È UN SELFIE

Potrebbe sembrare inutile oggi, prendersi del tempo, investire delle risorse e andare da una fotografa per avere un ritratto. Oggi che tutti, in qualsiasi istante possiamo scattare centinaia di fotografie: velocemente e a costo zero. 

Ma farsi fare un ritratto non ha nulla a che vedere con le fotografie dei cellulari, i selfie, e le foto tutte uguali che ci facciamo e che vediamo ovunque. 

IL RITO

UN VIAGGIO COMPLETAMENTE NUOVO EPPURE ANTICHISSIMO

Entrare in uno studio fotografico, con le sue luci e i suoi oggetti …

Prepararsi con cura e senza fretta…

Indossare quella cosa che ami tanto …

O provare qualcosa che mai ti sei messa addosso prima …

è solo l’inizio di un viaggio completamente nuovo eppure antichissimo.

Forse, allora, questo tipo di esperienza, se guardiamo bene, è più simile ad un rito e più vicino al mistero di quanto possiamo immaginare.

LA FOTOGRAFIA COME DIALOGO

E una volta pronte, dopo questa preparazione e trasformazione … cosa accade?

Ci sei tu, ci sono le luci, c’è uno spazio e c’è qualcuno…  

la fotografa 

che inizia un dialogo con te.

Può farlo con le parole, con la musica che sceglie insieme a te, con i consigli per intercettare la luce giusta … ma soprattutto con la sua semplice presenza dietro la macchina fotografica.

E’ un Dialogo

E’ una Danza

tra chi scatta la fotografia e chi viene fotografata.

QUANDO IL RITO DIVENTA GIOCO

Mai prevedibile o preimpostato, tutto questo che abbiamo chiamato rito, ora sembra un gioco. 

Un gioco in cui stai ferma e ti muovi, in cui immagini e senti cose, emozioni di ogni tipo: un gioco in cui ti esprimi! Proprio come quando giocavi da bambina e facevi finta di essere qualcun’altra, inventavi storie e fantasie e usavi il tuo corpo senza troppi perchè e percome… senza preoccuparti di come apparivi, ma concentrata a lasciarti guidare dal tuo mondo interiore. 

Questo gioco con la fotografia ti fa tornare lì: per un attimo puoi tornare a quel modo libero di stare con te stessa e con il mondo… 

e questo è un balsamo per la tua anima che quasi sempre se ne sta rinchiusa nella razionalità, nei soliti ruoli, nelle cose da fare, nelle priorità. 

FARE QUALCOSA DI INUTILMENTE NECESSARIO

Ecco… forse qui, per una volta, la priorità è quella giusta: fare qualcosa di apparentemente inutile per il semplice piacere di farlo, senza un vero perchè, anche se il perchè c’è ed è molto profondo.

L’artista sarda Maria Lai lo sapeva bene: sono proprio le cose apparentemente inutili a salvarci la vita. “L’arte (e aggiungo il gioco, la poesia, la fantasia, la bellezza …) non risolve problemi pratici, non promette niente, ma indica direzioni di salvezza a chi è capace di stupore.”.

L’ATTESA

È difficile spiegare a parole, se non hai mai provato, la magia di un set fotografico, la bellezza del prepararsi e del trasformarsi, l’atmosfera degli scatti, l’attesa di vederne il risultato. 

Ecco un altro ingrediente fondamentale: l’attesa. Per una volta, possiamo tornare ad attende… senza fretta… immaginando, cullando il desiderio e la curiosità, risentendo quella sensazione così antica e magica di dare il giusto tempo alle cose.

Uno scatto fotografico che non vedi all’istante, che richiede un tempo, un’attesa; 

che nasconde una sorpresa diventa allora  lo strumento per tornare ad  un modo meno veloce e vorace di stare al mondo.

Dott.ssa Marta Monciotti
Psicologa e psicoterapeuta, è anche arteterapeuta e formatrice. La sua attività e i suoi scritti esplorano temi legati alla persona, alla creatività e al rapporto con il proprio mondo interiore. Vive e lavora a Lecco.

FORSE IL RITO DEA COMINCIA PROPRIO DA UNA DOMANDA.

Cosa succederebbe se, per una volta, ti fermassi a guardarti senza chiederti se sei abbastanza bella, abbastanza giovane, abbastanza fotogenica?