Il rito antico nel significato – contemporaneo nella forma

Questa parola, però, in origine aveva a che fare con qualcosa di più largo e profondo: sottolineava il fatto che ogni cosa è vanità! Nel senso che tutto è effimero… fugace… momentaneo. 

Come un soffio.

Scattare una foto, 

farsi fare un ritratto, 

è un modo per fermare proprio quel soffio… quella fugacità e renderli eterni.

Dentro lo scatto fotografico, resta impresso un microscopico istante del costante fluire delle cose. 

E in quel frammento puoi scorgere qualcosa di unico: un istante di te stessa. 

La superficie della fotografia racchiude un’immagine di te, una delle tante, infinite, possibili, come la superficie del mare racchiude la profondità delle acque e le sue infinite forme e increspature. 

Entrare in uno studio fotografico, con le sue luci e i suoi oggetti …

Prepararsi con cura e senza fretta…

Indossare quella cosa che ami tanto …

O provare qualcosa che mai ti sei messa addosso prima …

è solo l’inizio di un viaggio completamente nuovo eppure antichissimo. 

Da sempre l’uomo ha usato il trucco, gli abiti, gli oggetti per trasformarsi, per far emergere qualcosa di profondo… non erano solo azioni estetiche ma avevano a che fare con l’identità, l’appartenenza, la spiritualità 

non esisteva evento della vita che non fosse accompagnato da questi atti simbolici di trasformazione!

Solo oggi abbiamo smarrito il valore di questi gesti.

Ecco un altro ingrediente fondamentale: l’attesa. Per una volta, possiamo tornare ad attende… senza fretta… immaginando, cullando il desiderio e la curiosità, risentendo quella sensazione così antica e magica di dare il giusto tempo alle cose.

Uno scatto fotografico che non vedi all’istante, 

che richiede un tempo, un’attesa; 

che nasconde una sorpresa diventa allora  lo strumento per tornare ad  un modo meno veloce e vorace di stare al mondo. 

E una volta pronte, dopo questa preparazione e trasformazione … cosa accade?

Ci sei tu, ci sono le luci, c’è uno spazio e c’è qualcuno…  

la fotografa 

che inizia un dialogo con te.

Può farlo con le parole, con la musica che sceglie insieme a te, con i consigli per intercettare la luce giusta … ma soprattutto con la sua semplice presenza dietro la macchina fotografica.

È un dialogo ed è una danza tra chi scatta la fotografia e chi viene fotografata.

Mai prevedibile o preimpostato, tutto questo che abbiamo chiamato rito, ora sembra un gioco. 

Un gioco in cui stai ferma e ti muovi, in cui immagini e senti cose, emozioni di ogni tipo: un gioco in cui ti esprimi! Proprio come quando giocavi da bambina e facevi finta di essere qualcun’altra, inventavi storie e fantasie e usavi il tuo corpo senza troppi perchè e percome… senza preoccuparti di come apparivi, ma concentrata a lasciarti guidare dal tuo mondo interiore. 

Questo gioco con la fotografia ti fa tornare lì: per un attimo puoi tornare a quel modo libero di stare con te stessa e con il mondo… 

e questo è un balsamo per la tua anima che quasi sempre se ne sta rinchiusa nella razionalità, nei soliti ruoli, nelle cose da fare, nelle priorità. 

Ecco… forse qui, per una volta, la priorità è quella giusta: fare qualcosa di apparentemente inutile per il semplice piacere di farlo, senza un vero perchè, anche se il perchè c’è ed è molto profondo.

L’artista sarda Maria Lai lo sapeva bene: sono proprio le cose apparentemente inutili a salvarci la vita. “L’arte (e aggiungo il gioco, la poesia, la fantasia, la bellezza …) non risolve problemi pratici, non promette niente, ma indica direzioni di salvezza a chi è capace di stupore.”

Dottoressa Marta Monciotti mentre tiene un incontro suli volti del femminile. fotografie esposte Fenaroli AtelierDott.ssa Marta Monciotti, psicoterapeuta
ragazza in bn fotografata da Fenaroli atelier

“Ogni donna ha un suo pantheon interiore.” J.S. Bolen 

E tu che dea sei? Scoprilo con questa esperienza